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Dalla rubrica: Cronaca

QUEI TASSELLI DI STORIA NELL'ARTE DEL MOSAICO

Tecnica tra le più affascinanti e sontuose della storia dell’arte, il mosaico ha una storia plurimillenaria.
 

Clicca per ingrandireTecnica tra le più affascinanti e sontuose della storia dell’arte, il mosaico ha una storia plurimillenaria. Dallo stendardo sumero di Ur ai tanti mosaici romani e paleocristiani, dai raffinati mosaici parietali bizantini a quelli pavimentali romanici (che nel tappeto musivo di Pantaleone ad Otranto trovano oggi la loro migliore rappresentazione), fino alla Cappella dei Mascoli in San Marco a Venezia, con opere di Michele Giambono, Andrea del Castagno, Jacopo Bellini. Il mosaico attraversa in maniera trasversale civiltà antiche e società moderne prestandosi ad interpretare la sensibilità degli artisti di tutti i tempi ma prediligendo sempre i valori di superficie a quelli della forma. Rari sono infatti gli esempi tridimensionali, rendendo più complessa la rievocazione storica del mosaico come forma scultorea. Ci ha provato Alfonso Panzetta, curatore insieme a Daniele Trecciolini, della mostra “Montezuma, Fontana, Mirko. La scultura in mosaico dalle origini ad oggi” (catalogo Silvana Editoriale) allestita, nell’ambito della quinta edizione “Ravenna Mosaico - Biennale di Mosaico Contemporaneo”, al Museo d’Arte della Città di Ravenna fino al 7 gennaio 2018. Una mostra eccezionale non solo per la quantità di opere esposte (circa 140 per 68 artisti), ma anche per la qualità di queste ultime, certamente tra i più alti raggiungimenti del genere.

Per stessa ammissione del curatore la mostra ambisce a “sondare e documentare la nascita, l’evoluzione di questo linguaggio e le differenti declinazioni del concetto di tessera da parte degli scultori a partire dagli anni Trenta del Novecento, momento in cui si avviano le ricerche plastiche mosaicate di Lucio Fontana e Mirko Basaldella”, il primo rappresentato dal “Gallo” del 1948, prestato in via eccezionale dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il secondo dalla maschera “Furore” del 1944, assai espressiva nel suo iracondo grido, proveniente dalla romana Villa Torlonia. Pezzi eccellenti, posizionati al fianco di un’impugnatura antropo-zoomorfa di coltello sacrificale azteco proveniente dalle collezioni del Museo “L. Pigorini”, sempre nella capitale, origine di quelle ricerche novecentesche come puntualmente suggerito in un illuminante passo da Fortunato Bellonzi nel 1946, vero e proprio incipit teorico dell’intera esposizione.

Dopo quelle ricerche e qualche episodico tentativo tra anni Cinquanta e Sessanta, la mostra arriva alle eterogenee sperimentazioni, più o meno episodiche, degli anni Settanta e Ottanta, con opere tra gli altri di Giosetta Fioroni, Sandro Chia, Mimmo Paladino, Athos Ongaro, Antonio Trotta, per approdare a quelle più radicali degli anni Duemila, come quelle di Nicola Bolla ed Enrica Borghi, volte a trasformare radicalmente la tecnica del mosaico con materiali eterogenei. Opere rappresentative dei rispettivi autori, diversissime tra loro, accomunate solo dalla tridimensionalità e dalla natura particellare.

Eloquenti conferme di queste disparate trasformazioni giungono anche dagli artisti pugliesi in mostra, otto in totale, tutti impegnati a declinare il mosaico in altro da sé, ampliando il concetto di tessera fino ad includere i più svariati materiali, sintetici o organici. È quest’ultimo il caso di Massimo Ruiu, nativo di San Severo, ma romano d’adozione (con studi a Monopoli e Galatone), che presenta una “Corona” composta da chiocciole, alcune delle quali vive, libere di girare nella teca in plexiglass rompendo la forma irreggimentata della scultura per renderla viva e continuamente mutevole, parafrasi dell’essere umano in costante cambiamento. Al mondo della natura attinge anche Iginio Iurilli che nel riccio di mare ha trovato un’icona di mediterraneità, emblema di un genius loci allargato, ben oltre i confini pugliesi e italiani, simbolo al contempo di cosmopolita raffinatezza e tenace attaccamento. Stilisticamente complementari appaiono le opere dei foggiani Christian Loretti e Antonio Delli Carri. Il primo utilizza materiali desunti dalla natura (piccoli sassi levigati) per comporre forme archetipe, compatte e arcane, con cui lo spettatore si relaziona senza provare empatica attrazione né cautelativa repulsione, in una sorta di limbo sensoriale da cui si è paradossalmente coinvolti; il secondo, invece, assembla schegge di resina per creare pelli rigide di vaga ascendenza poverista, da cui provengono anche suoni, trasformando l’opera in un intervento sinestesico. Giuseppe Teofilo, invece, presenta la sua maschera realizzata assemblando mollette da bucato in legno. Un’opera buffa ma anche apotropaica, realizzata nel 2013 per una mostra a tema allestita in occasione del primo aprile nella galleria barese Formaquattro, in cui il mosaico è declinato in forma ironica ed esteticamente convincente. Pugliese è anche uno dei tre componenti il collettivo CaCo3 a cui appartiene “Cattedrale” del 2016, un’affascinante trittico interamente realizzato con tessere azzurre. Mentre la tripartizione rinvia alle tre navate delle chiese paleocristiane e romaniche, il rifrangersi della luce sulla frastagliata superficie mosaicata crea effetti di elevata suggestione, di autentica spiritualità, simile ad una visione della volta stellare, con evidenti richiami ai cieli azzurri visibili nel Mausoleo di Galla Placidia e in altri celebri mosaici ravennati. Chiudono la partecipazione pugliese l’architetto Fabio Novembre, presente nella sezione dedicata al design con un cavallo della monumentale scacchiera progettata tra il 2001 e il 2006 per la Fondazione Bisazza di Montevecchio, nel vicentino, e Orodè Deoro, autore di composizioni a parete o tridimensionali (in mostra presenta due busti realizzati nell’ultimo anno) ottenute assemblando frammenti di piastrelle monocrome smaltate, in una rivisitazione odierna dell’antica tecnica del trencandìs.




Data: 30/10/2017.   Fonte Notizia: Carmelo Cipriani, Nuovo Quotidiano di Puglia

 

 

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